Sangue e Bordelli

Sangue e bordelli: Jorge Luis Borges e il mito del tango

 

Vale la pena spendere due parole sulla nascita del tango. Il suo è un cammino tortuoso, figlio dell’intreccio di culture. Un linguaggio universale, in grado di stendere un ponte tra Argentina ed Europa. Le sue origini risalgono alla metà dell’800, nei sobborghi di Buenos Aires (le cosiddette “arrabal”). Com’era la città in quegli anni? È lo stesso Borges a raccontarlo, pescando tra i ricordi della madre e di alcuni testimoni oculari: «La città era divisa in isolati, tutte le case erano basse e avevano lo stesso schema, come quello della casa dove sono nato: due finestre con sbarre di ferro che corrispondevano alla sala, la porta principale con il battente, l'ingresso, due cortili, il primo con un pozzo e una tartaruga nel fondo affinché purificasse l'acqua e il secondo con una vite. Questa era Buenos Aires».
Il tango delle origini risentiva degli influssi della musica africana e della milonga, l’antica musica degli immigrati spagnoli. La lingua del tango (che non era solo ballo: era anche musica e poesia) era il lunfardo, la lingua degli immigrati, molti dei quali erano italiani. Il lunfardo nasceva da uno slang adoperato nelle carceri dai prigionieri, i quali, per non farsi comprendere dalle guardie, invertivano le sillabe delle parole ("tango" è dunque "gotán"). A dare i natali al tango furono quegli stessi luoghi in cui, qualche anno dopo, negli USA sarebbe nato il jazz: i bordelli (le "casas malas"). Dimenticate, insomma, il romanticismo e il languore a cui viene abitualmente associato dagli anni ’30, quando il tango divenne un genere popolare in Europa. Prima di trasformarsi da «orgiastica diavoleria» in «un modo di camminare», il tango raccontava storie di coltello. Soprattutto, era l’espressione di una cultura macho, al punto tale da essere un genere prettamente maschile: «Veniva ballato nelle strade dai soli uomini – spiega Borges – perché le donne non volevano compromettersi in un ballo da puttane».
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Commenti: 5
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